Chernobyl 2017 (4/4). E poi, Pripjat’

La visita alla città fantasma di Pripjat’ è un’esperienza assai intensa e sicuramente memorabile. Il tour vi porta in giro per i siti principali del centro: la piazza principale, la via centrale, il cinema, il centro sportivo e, ovviamente, il luna park.

 

L’ultima fermata del nostro tour era Pripjat’ (Припять), che suona come una coincidenza molto fortuita, del tipo ‘ultima, ma non per importanza’. Sì, perché Pripjat’ è una delle tappe fondamentali di qualsiasi visita nella Zona, nonché uno dei nomi più noti quando si parla di Chernobyl e dintorni.

Dopo 10-15 minuti di macchina attraverso la Foresta Rossa, abbiamo accostato sul ciglio della strada. Quello che sembrava un punto scelto a caso era invece il vero e proprio ingresso a Pripjat’, come annunciato dal ‘cartello- monumento’ lì vicino. Il cartello è grigio-bianco, monocromo, vagamente solenne ma essenziale, ben diverso dalla qualità ‘barocca’ del monumento di ingresso a Chernobyl.

‘Peccato che oggi non ci sia in giro la volpe’, ha commentato Yulia. Pare ci sia una volpe ‘insediata’ stabilmente in quella zona di foresta. Se vi capita di visitare siti web di agenzie che organizzano i tour nella Zona, vedrete senz’altro più di una foto della volpe su almeno uno di quelli.

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Pripjat’, cartello di benvenuto

Mentre eravamo lì, mi sono guardata attorno. Non c’era niente, a parte la strada, la foresta e un gruppo di turisti raccolti intorno alla loro guida, intenta a raccontare brevemente la storia di Pripyat’ e il suo triste epilogo.

Siamo tornati in macchina e siamo entrati a Pripjat’ lungo i resti di una strada asfaltata in mezzo agli alberi. La strada era piena di buche, tanto che si doveva andare a passo d’uomo per non ri-schiare incidenti. Il nostro autista ci ha lasciato lì in un punto ‘a caso’ lungo la via. Eravamo in piedi nella penombra, dovuta in parte al cielo coperto e in parte alla vegetazione fitta cresciuta ovunque. Da lì si intravedeva solo la cima di un paio di edifici diroccati in lontananza.

‘Okay, abbiamo tre quarti d’ora. Andiamo’, ci ha detto Yulia prima di avviarsi in mezzo ai cespugli. Intanto, il nostro autista è ripartito verso quello che sarebbe stato il punto d’incontro alla fine del nostro giro.

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Strade di Pripjat’

Prima dell’esplosione, ci raccontava Yulia, Pripjat’ era un posto ambito in cui risiedere: era una città-modello e uno era un privilegiato a vivere lì. C’erano case eleganti, un caffè altrettanto ele-gante affacciato sul fiume, un piccolo porto e negozi di vario genere, quali il Радуга (Arcobaleno), aperto al piano terra di un palazzo particolarmente lussuoso noto come Белый дом (Casa Bianca).

Pripjat’ vantava anche negozi piuttosto esclusivi, fra cui un vero e proprio торговый центр (supermercato) che vendeva articoli e prodotti difficilmente reperibili altrove. Eventi sportivi e culturali si tenevano con una certa regolarità: sia il vecchio cinema sia il centro sportivo sono ancora in piedi, quasi a volerlo dimostrare.

Ora, tutti i posti qui elencati uno li vede con i propri occhi durante la visita. È facile fare una lista a posteriori, dopo averli visti. Mentre si gira per Pripjat’, però, uno se li trova davanti uno per volta, quasi all’improvviso, per cui costruire un’immagine d’insieme della città fantasma è un processo graduale che avviene in itinere.

Che la natura abbia preso il sopravvento è incredibilmente vero. I cespugli coprono quasi tutta la superficie delle strade e gli alberi spuntano fuori dall’asfalto e crescono sui tetti. È come se la natura nella sua forma più selvatica avesse ripreso possesso di qualcosa che un tempo l’uomo aveva dichiarato di sua proprietà.

È tutto abbastanza inquietante, spettrale e incredibilmente surreale, eppure al tempo stesso straordinariamente vero.

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Strade di Pripjat’

 

Il caffè Pripjat’, il porto e il cinema

Prima siamo andate al caffè. Ci vuole un attimo a distinguere i resti della struttura attraverso gli alberi. All’inizio si intravede solo l’insegna ‘Pripjat’ che sbuca sopra gli alberi. L’edificio è in rovina, eppure emana un senso malinconico di nostalgia dei tempi andati.

Ci siamo avvicinate e abbiamo guardato dentro. Le vetrate delle pareti sono in frantumi, per cui sarebbe fin troppo facile entrare all’interno. Quel che si vede è uno stanzone enorme in cui giacciono a terra cataste di assi di legno, detriti e un divano capovolto.

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Caffè Pripjat’

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Caffè Pripjat’. interno

Doveva essere arioso, luminoso e vivace, quando era aperto. Avete presente quando, verso la fine di ‘Titanic’, viene inquadrato il relitto sott’acqua alternato a immagini degli interni della nave al massimo del suo splendore? E uno ne vede i colori e sente la musica che c’era, mentre il brusio di voci in sottofondo riempie lo spazio e il silenzio? Ecco, quella è la sensazione che si ha lì.

La scala di pietra accanto al caffè vi porta giù al porto sul fiume. Che poi, la scala uno fatica quasi a vederla, tanto la visuale è chiusa dalla fitta vegetazione lì intorno.

Il porto era assai popolare fra i residenti di Pripjat’. Ci vuole tanta immaginazione per ‘vedere’ come doveva essere nel 1986. Adesso restano solo il parapetto rosso sul molo, una passerella in legno che sprofonda nell’acqua e, in lontananza, qualche gru e un relitto arrugginito.

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Pripjat’, porto sul fiume

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Pripjat’, porto sul fiume

Purtroppo non siamo potute restare lì a lungo. Questo è il principale (e probabilmente l’unico) lato negativo dei tour di un giorno: c’è tantissimo da vedere, per cui non ci si può permettere di sostare più di tanto nei singoli siti o edifici.

Per raggiungere il vecchio cinema abbiamo costeggiato un cumulo di macerie. Impossibile dire cosa ci fosse lì, impossibile tirare a indovinare. Ci è poi stato detto che lì c’era un monumento, a-desso situato proprio fuori dalla centrale. L’avevamo visto giusto un’ora prima, ma non avevamo potuto fotografarlo perché farlo avrebbe voluto dire fotografare anche soggetti non consentiti. Nella Zona funziona così: ogni cosa e ogni posto sono gli avanzi di un insieme che una volta era intero e ora è rotto, né può essere aggiustato.

Il vecchio cinema (кинотеатр) è un edificio cubico a un piano che, a vederlo, sembra sia stato sventrato dal fuoco o da una bomba. Colpisce soprattutto il netto contrasto fra gli interni completamente distrutti e l’esterno, arricchito da una coloratissima decorazione a mosaico. Ho guar-dato dentro attraverso la porta (era a vetri, ma quelli sono ovviamente andati): si vedevano solo macerie e detriti. Era tutto monocromo, come se il tempo, passando, avesse assorbito i colori dalle cose per far risaltare ancora di più quelli del mosaico. Se è così, ha funzionato: il mosaico non è intatto, ma uno deve guardarlo da vicino per notare i tasselli mancanti e le porzioni in cui la de-corazione non c’è più.

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Pripjat’, vecchio cinema

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Pripjat’, vecchio cinema

 

Quel (poco) che resta del centro

Lasciato il cinema, ci siamo avviate lungo un vialetto stretto, per metà asfaltato e per metà coperto di erba. Era la strada principale. Alla fine siamo sbucate in uno spiazzo piuttosto ampio, circondato da edifici in rovina, alberi emersi a caso qua e là dall’asfalto. Yulia ci ha detto: ‘Eccoci nella piazza principale’.

Oddio. La piazza principale. Okay, concentrati. Elimina gli alberi, ripulisci la strada da buchi e crepe, cancella la ruggine e rifinisci i palazzi e forse riesci a malapena a dare un senso alle cose. Davvero, non è facile. Ero ammutolita.

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Piazza principale di Pripjat’

Su un lato la piazza è delimitata dalla vecchia sede amministrativa di Pripyat’. Dopo il disastro del reattore, l’edificio è stato convertito in ufficio da cui monitorare la situazione e l’impatto dell’esplosione.

Lì accanto c’è l’Hotel Polissya (готель Полiсся), uno degli edifici più alti della città.

Lì accanto c’è il Palazzo della Cultura (Дворец культуры), il cui nome, Energetik (Энергетик), sottende chiaramente un duplice riferimento, allo slancio e al dinamismo generati dalla cultura, ma anche alla produzione di energia che ha portato alla nascita stessa della città.

Curiosità: tutti gli edifici sono collegati fra loro da corridoi, balconate o terrazze. Fino al 1986, quando c’era buio, il blocco di palazzi era illuminato da una sottile linea di luci che ne segnalava il profilo.

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Pripjat’, centro amministrativo e Hotel Polissya

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Pripjat’, Palazzo della Cultura

Dopo aver visto e attraversato la piazza, abbiamo visitato il centro sportivo, dove abbiamo visto la piscina e il ring di pugilato. La piscina ha perso da tempo la funzione a cui era destinata ed è ora una pozza di acqua grigiastra in un mare di calcinacci. A guardarla sembra di vedere una vecchia foto, in cui il bianco e nero è diventato grigio, né servono filtri vintage per rendere l’idea. Quanto al ring degli incontri di boxe, ricorda molto una partita di Shangai giganti finita male.

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Pripjat’, ring della boxe

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Pripjat’, piscina

 

Il luna park

Il parco divertimenti è l’ultima tappa del tour di Pripjat’. Anche questa è un po’ una coincidenza. Infatti, a prescindere da quanto sappiate di Chernobyl o di quanto vi interessi l’argomento, è molto probabile che abbiate visto almeno una foto della ruota panoramica del luna park di Pripjat’.

In realtà, oltre alla ruota panoramica c’è di più: una giostra con i seggiolini volanti (leggi: calcinculo), gli autoscontri e un’altra ‘cosa’ che non ho ben capito cosa facesse. Il parco divertimenti doveva inaugurare il 1° maggio 1986. Si dice che la mattina del 26 aprile l’abbiano aperto per distogliere l’attenzione degli abitanti da quello che era appena successo. Pripjat’ venne poi evacuata il pomeriggio del 27 aprile.

Il luna park è tuttora una delle zone più radioattive di tutta la Zona. C’è un punto preciso della ruota in cui, se uno mette il dosimetro sotto la cabina gialla, questo comincia a suonare e mostra un livello di radiazioni altissimo. Se poi lo si allontana, il numero precipita su valori ben più bassi.

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Pripjat’, luna park

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Pripjat’, luna park

Gli ultimissimi edifici che abbiamo visto prima di tornare alla macchina erano un ristorante (pесторан) a suo tempo esclusivo e, lì accanto, il supermercato e il palazzo ‘Casa Bianca’ cui accennavo più sopra.

E basta. Il nostro autista ci aspettava poco lontano dal ristorante. Siamo risalite in macchina e siamo tornati a Chernobyl, dove, in uno degli hotel della città, ci hanno fatto trovare il pranzo pronto. Erano circa le quattro. Eravamo stati in giro ininterrottamente per sei ore. Sei ore che potevano anche essere sei giorni o sei minuti. Il tempo scorre in modo strano nella Zona.

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Pripjat’, ristorante e supermercato

 

Gli stalker di Pripjat’

Se è vero che Pripjat’ è vuota, immobile e abbandonata, è pure vero che in città c’è più vita di quanto sembri. La natura ne plasma e riplasma il volto in continuazione e anche le tracce di presenza umana sono piuttosto ricorrenti ovunque nei dintorni. Dopotutto, la Zona non è delimitata da muri o recinti di sorta, per cui può ‘capitare’ che, mentre attraversate il luna park, la vostra guida vi faccia notare che su una giostra ci sono delle statuine bianche allineate ‘che non c’erano fino a qualche giorno fa’.

I ‘visitatori illegali’ entrano a Pripjat’ con una certa regolarità e trascorrono il tempo nella zona. Sono noti come stalker e, mentre alcuni si limitano a girare per le strade di Pripjat’ (o altrove nella Zona), altri arrivano a rimuovere oggetti contaminati di vario tipo. A prescindere dallo scopo del ‘tour’, i visitatori illegali sono perseguiti dalla legge, tanto è stato introdotto un articolo ad hoc anche nel codice penale ucraino.

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Pripjat’, luna park

Ammetto che prima di visitare la Zona non avevo mai sentito parlare degli ‘stalker’. Ho poi scoperto che il nome deriva dall’omonimo film del 1979 diretto dal regista russo Andrej Tarkovskij. Fra l’altro, il film in questione descrive con sette anni di anticipo uno scenario che poi si rivela essere incredibilmente simile alla dinamica del disastro di Chernobyl. Questa cosa, insieme al fatto che Pripjat’ è apparsa in un paio di popolari videogiochi, ha contribuito all’aumento del numero di visitatori non ufficiali nella Zona (e soprattutto a Pripjat’).

Camminare per le ‘strade’ di Pripjat’ e vederle con i miei occhi rimane una delle esperienze più intense, uniche e sconvolgenti di sempre. Uno vede foto su Internet, legge di come la natura abbia di nuovo preso ovunque il sopravvento, ma niente, niente ti fa capire del tutto cosa vedrai quando sarai là.

Pripjat'

Pripjat’

 

Postfazione

Penso di aver esaurito tutti i pensieri e le parole a mia disposizione per raccontare cosa c’è ‘dietro’ la visita a Chernobyl e come quest’ultima vada ben oltre (per non dire stravolga) le aspettative che uno ha prima di andarci.

Intanto, quello che non c’è più, perché spazzato via da anni e decenni di abbandono, è almeno tanto importante quanto quello che è rimasto. E poi, ci vuole un po’ per cogliere appieno il senso degli eventi che hanno avuto luogo lì e per elaborare la quantità di informazioni e cose che uno rispettivamente riceve e vede. Quindi, forse, questo sproloquio lungo quattro post è solo il mio modo di elaborare tutte le informazioni e cose che ho ricevuto e visto durante la giornata trascorsa nella Zona.

È il titolo di un libro di Julian Barnes che meglio riassume ciò che uno prova a visitare la Zona di alienazione. Il Rumore del Tempo si percepisce ovunque.

Pripjat'

Pripjat’, luna park

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