Puzzle n. 10. Speranze da quarantena

Questo post sembra un’accozzaglia di pensieri e considerazioni slegati fra loro. Tutto è iniziato con un giro in bici dopo il lavoro, cosa vi aspettate? C’è un po’ di tutto: posti familiari che inspiegabilmente non lo sembrano più, social media in tempo di quarantena, la scomparsa del lievito e i saggi commenti della mia amica Nathania. C’è anche qualcosa su come ci adattiamo, quanto siamo resilienti e quanto il cambiamento faccia schifo, ma non lo faccia poi tanto, in realtà.

 

21 apr 2020. Oggi sono tornata al mio posto di lavoro per la prima volta da quando abbiamo iniziato a lavorare da casa per via del Coronavirus.

L’ultima volta che ero stata là era l’11 marzo, l’ultimo giorno di lavoro-al-lavoro. Oggi, dopo ‘il lavoro’, ci sono andata in bici perché volevo vedere quanto ci mettevo. Ho in mente di provare un paio di percorsi, scegliere quello più comodo/veloce e abituarmici (leggi: abituarmi alla salita). Così, quando torneremo al lavoro-al-lavoro, andrò al lavoro in bici ogni volta che posso.

Ho attraversato il parco Anthropos e, una volta tornata sulla strada principale, alla rotonda ho girato a sinistra nella strada dove c’è la sede dell’azienda in cui lavoro. L’edificio è proprio di fronte a uno degli ospedali principali della città e una delle università principali di Brno. Ci sono anche negozi, una food court e un grande supermercato, più diverse fermate del bus. Per farla breve, l’intera area è super affollata tutto il giorno, soprattutto all’ora di punta. Oggi sono arrivata lì poco prima delle 18.30, che si qualifica ancora come ora di punta.

Era quasi surreale. Tutto aveva un’aria così familiare, eppure una parte di me si sentiva come se non fosse mai stata lì. Dov’era la gente? La maggior parte delle persone fosse stata rimossa.

L’unica eccezione erano i clienti fuori dal punto Alza, in attesa di ritirare i prodotti che avevano ordinato. Ovviamente erano a qualche metro di distanza l’uno dall’altro. La fila era così ordinata che sembrava ci fossero punti equidistanti disegnati sul marciapiede con il righello. Le persone dovevano sapere esattamente dove stare.

Mentre mi guardavo intorno non riuscivo a fare a meno di pensare che ero in uno dei posti di Brno che conosco meglio, eppure mi sembrava di non conoscerlo affatto.

 

E visto che un pensiero tira l’altro, mentre tornavo a casa non riuscivo a fare a meno di pensare che il tempo è sempre e comunque buffo e spesso non nel senso buffo del termine. Perché questa quarantena dura da poco più di un mese, ma sembra durare da uno o due anni.

Mi rendo conto che a volte mi dimentico di tutto quello che è successo. Dura solo qualche secondo e di solito succede mentre sto facendo qualcosa che sembra super normale. Per ‘normale’ intendo qualcosa che facevo anche prima della quarantena e continuo a fare nello stesso modo. È in questi casi che mi passa di mente come le cose sono cambiate. Poi all’improvviso mi ricordo tutto.

Mi ricordo che la home page di Facebook è carica di consigli su film e serie TV da guardare, suggerimenti su nuovi libri da leggere, dritte su come allenarsi e fare yoga online.

Mi ricordo i meme divertenti che ironizzano su questo o quell’aspetto della vita in quarantena o sfide di gruppo, tipo ‘Condividi una foto di te in posa pigra sul divano e tagga 10 amici che dovrebbero fare lo stesso’, e via dicendo.

Mi ricordo che non ho mai visto tanti post Facebook e Instagram di pane e pizza fatti in casa come nelle ultime settimane. Proprio l’altro giorno stavo leggendo alcuni articoli (più o meno) legati al Coronavirus su uno dei miei giornali italiani online preferiti (per i lettori italiani, Il Post) e mi sono imbattuta in uno il cui titolo era: ‘Perché non si trova il lievito nei supermercati’.

Se è vero che ciò è in parte dovuto al fatto che ‘nella produzione industriale del lievito certi processi indispensabili non possono essere accelerati’, è altrettanto vero che gli italiani stanno impastando come non mai – e non solo gli italiani: il lievito è scomparso anche da quasi tutti i supermercati di Brno.

lievito

 

Intendiamoci: questo puzzle di hobby e divertimento fatto in casa che ho appena elencato è incredibile. Senza contare che ha reso sopportabili lockdown e quarantene pesanti per tanti che temevano davvero sarebbero altrimenti impazziti.

Mi viene spontaneo chiedermi come tutto cambierà e si evolverà quando potremo di nuovo andare in giro liberi – se mai lo saremo. La verità è che, al di là delle frasi di circostanza e degli slogan motivazionali, in questi giorni la vita è come un’altalena.

Continuiamo a pensare e ripetere che non vediamo l’ora che tutto torni normale, ma cosa vuol dire ‘normale’? L’altro giorno ho scritto alla mia amica Nathania. Stavamo parlando delle nostre routine di quarantena e a un certo punto mi ha scritto: ‘In realtà penso che questa situazione cambierà il modo in cui pensiamo alle cose e quello che apprezziamo. E magari alcune delle cose che mi piacevano prima non le vorrò più fare o non mi sembreranno più di vitale importanza come prima.’

Mentre leggevo il suo messaggio pensavo: E se avesse ragione? Voglio veramente che tutto torni come prima? E poi, è possibile che questo succeda? Pensavo di conoscere la risposta a queste domande (‘sì’ e ‘sì’), ma adesso non ne sono più così sicura.

Perché, sì, questa quarantena ha peggiorato tante cose, ma in qualche modo ha anche ‘aiutato’ a mettere alcune cose in stand-by. Ha fatto sì che venissero congelate tante situazioni irrisolte e questioni in sospeso. Ci ha dato scuse per (non) fare o dire qualcosa. Tutto è diventato incerto, per cui è stato inevitabile posticipare anche quella conversazione o decisione. E magari c’è chi è terrorizzato se pensa all’istante in cui ricomincerà la ‘vita reale’, se vita reale vuol dire finire quella conversazione o risolvere quella situazione.

Altri proveranno un tipo di paura diverso, più sottile. Magari a loro ‘mancherà’ la quarantena, ne avranno nostalgia. Avranno paura di uscire di casa, di potersi di nuovo muovere in libertà. Perché questo obbligo di #stareacasa è diventato una specie di riparo, uno strato protettivo, una comoda trapunta in cui si sono avvolti e ora togliersela non è così facile come pensavano.

Che strano, realizzare che la cosa che hai desiderato più di ogni altra adesso ti spaventa. Che poi, ciò non vuol dire aver smesso di volerla. Tante sensazioni funzionano in questo modo contraddittorio.

Non so bene qual è la mia posizione in proposito. Lo so che nel primo ‘post da quarantena’ ho scritto: ‘saremo pronti a uscire di nuovo. E non avremo paura’. Non ho cambiato idea. Dico solo che va bene se anche ci vuole un attimo per riabituarsi alle cose.

 

Se c’è una cosa che ho imparato nelle ultime settimane è che le cose cambiano in modi che veramente non si possono prevedere, anche se uno è intuitivo di suo. E le persone sono resilienti, spesso ben più di quanto pensino. Si adattano, danno nuove forme a se stessi così da combaciare con le nuove forme delle cose e sfruttano al meglio quello che hanno. Se non lo dimostra questa quarantena, non so cosa mai potrà farlo.

Questa quarantena mi terrorizzava quando è iniziata – e anche prima che iniziasse. L’ho sentita che arrivava, ho sentito che era nell’aria, ma l’ho ignorata. Ho finto che non ci fosse perché non riuscivo neanche a iniziare a immaginare cosa avrebbe significato vivere in quarantena. Poi, nel giro di qualche giorno, all’improvviso era qui.

Un mese e mezzo dopo non posso dire di essermici abituata. Come ho scritto nel post Puzzle n. 8’, non ho intenzione di dire che ci sono ‘abituata’. E continua un po’ a terrorizzarmi. Posso dire, però, di averla affrontata in modi che non avrei mai potuto prevedere.

Questa cosa è tanto inaspettata quanto stimolante in almeno due modi.

Intanto mi ha portato a pensare di essere ancora capace di sorprendere me stessa, che non è poco. Ho imparato che (forse) sono capace di far crescere delle piante e la mancanza di pollice verde non è ereditaria (scusa, mamma, ma un po’ anche no). Ho imparato anche che so usare la pompa per la bicicletta portatile e che la mia capacità di gestire il mio tempo forse non è terribile come ho sempre pensato.

E so che in questo periodo ci sono un sacco di altre persone che hanno sorpreso se stesse in modi simili ai miei. Magari hanno cominciato a seguire corsi di aerobica online dopo aver passato anni a guardare male tutti gli appassionati di sport mai conosciuti in vita loro. Oppure hanno cominciato ad andare in bici regolarmente per migliorare la loro resistenza e abituarsi alle salite. O ancora hanno imparato a fare cinquantuno sfumature di pane (una più fragrante dell’altra) con il lievito madre che loro stessi hanno preparato.

Questa quarantena ha messo in evidenza anche un’altra cosa buona. Ha rivelato che, per quanto il cambiamento sembri terrificante, è stranamente tranquillizzante, se non rassicurante, rendersi conto che siamo in grado di adattarci anche ai cambiamenti apparentemente più spaventosi. Anche quando ti coglie impreparato, quando succede dalla sera alla mattina, quando ti tocca nel profondo e invade tutto quello che hai mai conosciuto nella vita, il cambiamento non avrà la meglio su di te. In qualche modo funzionerà.

Forse all’inizio è difficile, per non dire insopportabile, conviverci. Poi magari ti ci adatti lentamente, in modo quasi impercettibile, e ci trovi anche qualcosa di buono. Oppure arrivi a pensare che proprio quel cambiamento ti ha aiutato a prendere decisioni che altrimenti non saresti riuscito a prendere. Alla fine magari ti rendi pure conto che quel cambiamento era l’unica cosa che ti serviva veramente.

A questo punto della quarantena ho ancora più domande che risposte. Una cosa, però, la so ed è che il primo giorno che torno al lavoro mi metto le lenti a contatto. Non amo gli abbracci facili, ma ci sono diverse persone che vorrò veramente abbracciare quel giorno e vorrò essere sicura che non mi diano fastidio gli occhiali.

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