Puzzle n. 6. Se fossi un’artista…

Ho appena aperto la sezione ‘Edizioni “Pictures of You”’ sul blog, che raccoglie progetti fotografici e cose un po’ artistiche (e altro). Ho pensato di doverla introdurre come si deve, per cui ecco un post dedicato. (Il link alla sezione vera e propria del blog è qui.)

 

23 dic 2019. Per dieci anni buoni la mia vita è stata indissolubilmente legata alle arti visive in ogni loro forma. Prima ho studiato Storia dell’arte, poi Storia dell’arte contemporanea, poi ho lavorato per la Biennale di Liverpool, poi ho lavorato in una galleria d’arte contemporanea di Milano. (Poi mi sono licenziata e sono tornata all’università perché l’arte in quanto tale non faceva per me, ma qui andiamo fuori tema.)

Giravo sempre per mostre, andavo a inaugurazioni in giro per la città e visitavo sempre le fiere d’arte annuali a Milano e Torino. A Torino la galleria per cui lavoravo aveva sempre il suo stand, per cui prima dell’opening piantavo chiodi nei muri per allestire lo spazio e, a fine fiera, imballavo i quadri, li caricavo sul camion dello spedizioniere e poi tornavo a Milano.

Non sono mai stata un’artista in quanto tale. Ho sempre avuto la fissa della fotografia, ho partecipato a una mostra con gli altri volontari della Biennale di Liverpool (esponendo foto nell’ambito di un progetto realizzato con un mio collega illustratore) e ho avuto qualche foto esposta quando ho partecipato a concorsi a Milano e Brno.

Brno

Non sono mai stata un’artista nell’accezione tradizionale del termine – se qualcosa di tradizionale ancora esiste quando si parla di arte.

Di sicuro so che non sono mai stata portata per la fotografia di ritratto. Non sono brava ad avere persone che posano per me mentre le fotografo. Un po’ è perché, credo, sento la pressione, la responsabilità di ‘fare giusto’ nello scattare una foto che piace al destinatario del mio lavoro.

Un po’ è perché il tipo di connessione che si crea in questo modo è troppo diretta, troppo esplicita, troppo ‘dichiarata’. Un po’ è perché il tipo di connessione che si crea in questo modo è troppo diretta, troppo esplicita, troppo ‘dichiarata’. Forse mi sembra di essere troppo invadente. O forse non sono brava a costruire legami in questo modo, al lavoro, che sia in materia di arte o nella vita.

Mi sento più a mio agio con forme di ritratto meno convenzionali, tipo quelle che ho svolto in tutti i progetti di ‘Pictures of You’ realizzati finora. Uno potrebbe dire che è troppo facile ritrarre le persone con foto di oggetti, paesaggi, fiori e cieli, che, nel farlo, uno non si ‘espone’ abbastanza e che il legame che si costruisce con il destinatario della/e foto è debole e superficiale.

Forse è vero.

Riesco solo a pensarlo come un legame che si costruisce nel tempo, uno che posso permettermi di esprimere e realizzare quando riesco a ‘vedere’ almeno un pezzettino di una persona, quando c’è almeno una piccola apertura che permette di sbirciare sotto la superficie. A quel punto, va da sé, ci sono mille mila sfumature di profondità a cui uno può arrivare, ma questa è un’altra storia. Il punto, qui, è che non ho mai ‘ritratto’ qualcuno che non conoscevo affatto.

Bucharest

O forse questi due tipi di ritratto – quello ‘tradizionale’ e quello meno convenzionale che faccio io – non sono incompatibili. Forse sono giustapposti, esistono l’uno accanto all’altro e non si rubano spazio a vicenda. Sono solo due modi diversi di posare lo sguardo su persone e cose.

La cosa che hanno in comune (ed è di quelle che contano) è che entrambi creano una connessione con le persone. Non penso che avrei potuto realizzare alcun progetto fotografico se non avessi avuto persone all’altro capo della mia idea – persone che rendessero il progetto vero e reale.

Le persone sono quell’unica ‘cosa’ nella vita che ti fa provare le sensazioni più forti. Le persone bastano, più di ogni altra cosa, a farti impazzire di rabbia, rattristarti, deluderti… la lista continua. Eppure sono l’unica ‘cosa’ nella vita di cui non si può fare a meno. Aveva ragione Joe Strummer quando ha detto che ‘Non sei nulla senza le persone’. Davvero non siamo nulla senza le persone. E, mentre per alcune cose siamo tutti diversi, per altre siamo incredibilmente uguali.

Quando ancora credevo che l’arte mi avrebbe reso felice, pensavo che, se avessi mai dovuto realizzare un’installazione, avrei girato un video. (Mai avuta la passione dei video, ma tant’è, si sa che le idee vengono così.)

Brno

Sono passati tanti anni, ma a quel proposito non ho mai cambiato idea: lo farei ancora quel video. Girerei sequenze di video che riprendono le espressioni delle persone mentre compiono gesti e azioni di tutti i giorni: sedere in bus mentre vanno al lavoro, guardare un film, fissare un quadro in un museo, leggere un libro o un giornale, struccarsi davanti allo specchio e via dicendo. Non siamo abituati a essere guardati mentre facciamo tutte queste cose, eppure, se ci pensiamo, ci assomigliamo un po’ tutti mentre le facciamo.

Come l’altro giorno, quando un’amica stava facendo una foto a un gruppo di persone. Mentre diceva loro di sorridere prima di scattare, sorrideva anche lei, come se qualcun altro stesse facendo una foto a lei.

Siamo buffi in questo modo – e infiniti altri, ma neanche il post più lungo al mondo potrebbe contenerli tutti.

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