Puzzle n. 3. Il concetto di faccia: Lezione di ceco, alcol e nebbia

 

‘I walked and I thought and I thought and I walked and I walked and I thought and I walked.’

 

6 nov 2019. Devo essere molto sincera. Questo post è solo in parte il risultato di un unico filo di pensieri datati 6 novembre. È effettivamente nato così, proprio in quel freddo e nebbioso mercoledì sera. Dopo la solita lezione di ceco sono andata a un concerto in un locale non lontano dalla scuola di lingua. Non sono rimasta tanto, né ho bevuto tanto, ma quello che ho bevuto l’ho bevuto in fretta e prima di cena, per cui, mentre andavo al bus, mi si sono accumulati in testa pensieri vagamente brilli. Quando va così, so che devo aprire la conversazione che ho su Messenger con me stessa e mettere tutto per iscritto.

Così ho fatto. Mentre digitavo, ho ripensato a quello che la mia amica Pat mi aveva detto qualche giorno prima dopo aver letto il mio post sul venerdì sera. Mi aveva detto: ‘Forse dovresti scrivere di cose della vita, non solo di viaggi’. Ci eravamo giusto incrociate un attimo in cucina al lavoro. Lei si era presa un caffè, mi aveva detto questa cosa e poi era tornata nel suo ufficio.

Forse ha ragione, ho pensato al tempo, né ho poi smesso di pensarci dopo. Anzi, forse quello che mi ha detto allora Pat spiega in parte perché io stia cercando di mettere insieme questo post ora. ‘Ora’ non è più quel freddo e nebbioso mercoledì sera, né sto andando a prendere il bus. Mentre metto insieme i vari pezzi di testo che ho digitato quella sera sono seduta in cucina, comodamente avvolta in una coperta. Fuori non c’è nebbia, ma fa decisamente freddo.

Non ricordo esattamente cosa abbia fatto partire la digitazione quella sera, se è stato qualcosa che ho visto o sentito, oppure era semplicemente il mio cervello che mi diceva cose a cui dovevo fare più attenzione.

Ricordo benissimo di aver ripensato a quello che i miei prof di LInguistica dell’università ci avevano detto della nozione di ‘faccia’ come ‘immagine di sé che dipende da regole e valori di una particolare situazione in cui ha luogo un’interazione sociale’. Il sociologo americano Erving Goffmann, che per primo introdusse il concetto negli anni Sessanta, sostiene che la faccia riflette il modo in cui una persona vuole essere percepita dagli altri nello spazio circostante e ne influenza le stesse azioni, così che queste corrispondano alla faccia che indossano.

Non sono mai stata particolarmente amante di quella branca della Linguistica e, se mi aveste detto che un giorno avrei nominato Goffmann e la nozione di faccia in uno dei miei post, vi avrei riso in faccia senza vergogna.

Per qualche motivo, però, il concetto di faccia non me lo sono mai scordato. Il motivo è che, al contrario di molti altri concetti accademici puramente astratti e teorici, questo è reale.

Pensateci. Finiamo sempre con il recitare una parte. Indossiamo la faccia migliore che abbiamo, o quella che consideriamo la versione migliore di noi stessi – quella integra, quella forte – e la ostentiamo come fosse davvero nostra. Vogliamo che la vedano tutti, vogliamo che tutti ce la invidino e pensino che siamo bravi e abbiamo il controllo di noi stessi.

In qualche modo abbiamo bisogno che tutti la vedano, perché così ci sentiamo meglio con noi stessi, come se stessimo sempre facendo la cosa giusta. È così che ci convinciamo di aver ragione quando diciamo a noi stessi di aver ragione – anche se in realtà non potremmo essere più in errore.

C’è, alla fine, un momento in cui dobbiamo guardarci in faccia e riconoscere di aver finto troppo e fino a che punto abbiamo ingannato noi stessi.

Abbiamo solo troppa paura di dire la verità, e questa cosa fa un po’ tristezza. Non diciamo alle persone che davvero amiamo che le amiamo e, se lo facciamo, non riusciamo a rendere l’idea come dovremmo.

Pensiamo che trattenersi sia la cosa giusta da fare, perché le convenzioni e costrizioni del quotidiano ci abituano così, come se, una volta che le cose si assestano in un certo modo, debbano restare immutate per sempre.

Se solo avessimo il coraggio di ammettere che le cose cambiano e, con loro, anche noi. Pensiamo di non poter provare quello che proviamo, pensiamo che sia sbagliato anche quando, sotto sotto, sappiamo che è l’unica cosa che ha un po’ di senso. Se solo lo dicessimo anche alle persone che contano per noi, e non solo a noi stessi. Se solo ci curassimo un po’ più di quello che provano loro – e anche di quello che proviamo noi, per davvero.

Questa parte sul provare cose è l’ultima che mi sono inviata su Messenger. In quel momento dev’essere arrivato il mio bus e devo esserci salita parecchio di corsa perché faceva freddo. Una volta giunta a casa, ho riletto quello che avevo scritto giusto per ricordarmi cosa riguardava di preciso. Mi sembrava avesse ancora senso, per cui ho pensato di poterle far diventare un post, che è, appunto, quello che ho fatto stasera.

Non sono ancora sicura che la mia amica Pat avesse ragione quando mi ha detto che dovrei scrivere di cose di vita, non solo di viaggi. Magari quando la vedo al lavoro le chiedo meglio cosa intendeva.

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