Norvegia 2013 (3/6). D(alsnuten) Day

Premessa

La prima cosa che ho fatto il giorno dopo (dopo aver dormito come un sasso) è stata andare all’Ufficio Turistico a chiedere se avevano mappe, depliant e ‘qualche dritta su giri in montagna da fare in giornata nella zona’. Niente di impegnativo, non sono proprio un’esperta’. La ragazza dell’Ufficio, super gentile, mi ha dato un sacco di roba, fra mappe, depliant e suggerimenti. ‘Il bus per il Preikestolen c’era fino a ieri, quindi se non hai una macchina, non riesci più ad arrivare’.

Seriamente?

‘Però Dalsnuten è una bella gita di una giornata da fare qui nei dintorni’, ha aggiunto. Ho continuato a pensarci quando sono uscita: ok niente Preikestolen (mannaggia), però dai Dalsnuten sembra bello.

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La lunga strada per Dalsnuten

Quando ripenso al giorno in cui sono andata a Dalsnuten mi rendo conto che anche le cose più semplici sono state più difficili della media. Tipo, prendere il bus: non è tanto difficile, no? Solo che per arrivare all’inizio del percorso un bus non basta. Bisogna arrivare (in bus) a Sandnes, lì aspettare alla stazione dei bus per una buona mezz’ora, poi prendere un secondo bus e scendere al capolinea.

Solo quando il bus è ripartito dal capolinea, mi sono resa conto che ero lì in mezzo al nulla sotto la pioggia battente (ovviamente aveva iniziato a piovere appena ero scesa dal bus), non c’erano cartelli e non sapevo nulla di nulla, se non che doveva esserci qualcosa che non andava.

All’inizio ho provato a prendere il sentiero in salita, ma non mi portava da nessuna parte, né c’era nessuno a cui chiedere informazioni. Ho pensato che sarei forse dovuta scendere a una fermata precedente del bus (quale poi, chi lo sa). Così ho preso la strada principale (e unica) che c’era, quella che aveva fatto il bus. Magari avrei trovato qualche cartello che mi diceva dove andare per ‘Dalsnuten’.

Venti minuti dopo, non era cambiato nulla. Ero circondata da tutte le possibili sfumature di verde. Dall’alto la strada doveva apparire come una crepa nel verde più verde di sempre. Era davvero super bello, ma tipo: dov’era il sentiero?

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Una persona! Un essere umano!

Mi sono fiondata verso una casa in legno poco lontana. Ho visto una persona! I norvegesi sono veramente di una gentilezza rara nei confronti dei viaggiatori. La ‘persona’ che ho rincorso era una signora che lavorava nel suo ufficio. Quando le ho chiesto informazioni è andata al piano di sopra a chiedere a un suo collega, che ha cercato Dalsnuten su Google Maps e mi ha stampato la mappa con la strada per arrivarci da lì. Vi voglio tanto bene.

Ero super carica quando ho salutato i due. Sapevo dove andare! Al primo incrocio ho svoltato a sinistra e, dopo un po’, ecco il cartello ‘Dalsnuten’, bianco, bello e con la freccia. Grazie. Diamo inizio alla camminata.

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La prima mezz’ora è stata esattamente come me l’ero immaginata: bosco fitto, radure con laghetti, sentieri sempre più stretti. Amo il colore dell’acqua quando il cielo è carico di nuvole. È un misto di blu, nero, verde e grigio che, messi insieme, danno alla superficie una sfumatura così intensa di un colore indefinibile. Era di quel colore anche il lago, più grande degli altri, che stavo guardando quando ha iniziato a piovere di nuovo, e anche abbastanza forte. Poi, subito dopo aver incrociato e salutato altri tre escursionisti, mi sono trovata davanti a un sentiero sempre più ripido. E con ‘ripido’ intendo ripido.

Indosso vecchie sneakers consumate, ho pensato, come faccio con il fango, le rocce scivolose, il fango, le rocce scivolose… Ho proseguito.

Il sentiero è tornato pianeggiante, meno fangoso, poi di nuovo ripido. Poi molto ripido e molto fangoso.

Ho proseguito ancora, ma a quel punto non mi sentivo più molto sicura. Ero completamente sola, non c’erano indicazioni o cartelli, fango ovunque. Se casco e mi faccio male, come faccio a chiamare qualcuno? Nessuno, il telefono non prende. Ottimo.

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Ci stavo mettendo un sacco per ogni passo che facevo, tipo che goffamente camminavo e allo stesso tempo scalavo. Non c’era più nessun sentiero, solo rocce ed erba che, messe insieme, sembravano una coperta cucita male e dannatamente scivolosa. Non avevo idea di dove stessi andando, l’unica cosa che riconoscevo era il segno arancione a forma di T riportato sulle rocce.

Che è proprio quando ho avuto l’illuminazione (tardiva): ODDIO STO SCALANDO UNA MONTAGNA. Cioè, sto proprio arrivando sulla cima di una vera montagna. Dalsnuten è il nome della montagna. E la tizia dell’Ufficio Turistico mi ha detto che era una camminata facile. Facile.

Ok, calma. A questo punto devi andare avanti, mi son detta. E in qualche modo, con calma, sono andata avanti. Gli ultimi passi sono stati i più difficili, ma non esisteva che tornassi indietro.

E poi, d’un tratto, c’ero: ero su.

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Oddio. Sono sulla cima di una montagna. E questa è una vista a 360 gradi dall’alto. Là c’è Stavanger. Là c’è il mare. Oddio, c’è anche l’arcobaleno. È troppo, veramente troppo. Troppa bellezza, troppa grandezza, troppa perfezione. Non ricordo di essere mai stata tanto sopraffatta dalla natura come adesso, penso fra me e me. Ero goffamente inginocchiata sulle rocce. Il vento soffiava talmente forte da stordirmi e avevo i capelli bagnati che mi congelavano la testa. E il cielo era blu, con il sole che brillava e tingeva tutto di una calda luce dorata.

Alcune cose non si possono esprimere con le parole.

Sono rimasta lì seduta, immobile finché il vento me lo ha permesso. Non avevo idea di come tornare a Stavanger, ma lì sul momento non mi importava. Riuscivo solo a pensare: voglio fare altri giri così, e non una volta. Amo andare in montagna.

Alla fine sono anche riuscita a tornare a Stavanger. Mentre scendevo dalla montagna sono cascata nel fango, poi sono cascata di nuovo, poi sono quasi cascata ancora. Ma ho ritrovato la strada, e anche una fermata del mio bus. Mentre aspettavo il bus (che è arrivato tipo quaranta minuti dopo) ho anche chiacchierato con una ragazzina norvegese super carina. Quando è arrivata alla fermata mi ha guardato un po’ circospetta, poi mi ha chiesto se ero una fotografa d’avventura. Magari. Era bello il modo in cui parlava (in inglese perfetto) del suo paese. Era curiosa, voleva girare il mondo ma anche la Norvegia, di cui amava le montagne e il mare.

Ci ho messo un (bel) po’, ma sono tornata a Stavanger abbastanza presto per procurarmi la cena al supermercato. Quando ho fatto la salita per l’ostello (camminando lentamente, molto lentamente) ero ancora un po’ sopraffatta dagli eventi. Ero a pezzi. Ma felice come poche altre volte nella vita.

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Epilogo

Sdraiata sul letto dopo cena, ho googlato ‘Dalsnuten’ perché volevo capire un po’ meglio il giro che avevo fatto. Mi sono resa conto che era effettivamente un giro facile e che la montagna era alta solo 324 metri.

Se non ci fossero stati tutto quel fango e tutta quella pioggia, se avessi avuto le scarpe da montagna, o se avessi saputo un po’ meglio che tipo di giro era, mi sarebbe sembrato meno avventuroso. Ero già stata parecchie volte in montagna e avevo fatto diverse escursioni simili, ma non ero mai stata a fare escursioni del genere da sola, anzi, ero sempre con qualcuno che conosceva a memoria i sentieri e la zona.

Quindi, sì, se avessi saputo di più com’era il giro di Dalsnuten non sono sicura al 100% che l’avrei fatto. Col senno di poi, menomale che l’ho fatto.

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