Ukraine. ‘No News, But I Don’t Believe…’: A Labyrinth of the memory in the heart of Kiev

[Italian version below]

In the very heart of Kiev, just outside Saint Sophia Cathedral, we saw a kind of labyrinth entirely made of unhinged doors, window frames and wooden boards. At first glance the maze-like structure looked like some kind of funny, tourist-oriented game. It was a bit like a labyrinth-challenge thing straight out of an amusement park, but without mirrors, which are usually an integral part of such installations, as they make it even more difficult to find one’s way out.

The Kiev installation, though, had little or nothing to do with amusement parks and much to do with the recent history of Ukraine.

Since the beginning of the armed conflict in Eastern Ukraine, the International Committee of the Red Cross (ICRC) has been active in the country on a permanent basis. As part of its mission, it has been keeping track of the people reported missing by their families. Representatives of the Committee have been visiting and talking to the families of the missing people and have been hearing stories of life, search, pain, and everything that happens when a loved one goes missing.

The installation in Sofiyska Sq., titled No News, But I Don’t Believe…, was the result of this ‘daily activity’ by the Committee, and offered an insight into the painful reality of those stories, often forgotten or left out of the picture: the memory gaps, the enduring hope shaken by the silence, the utter lack of certainties to hold on to.

The labyrinth was a powerful metaphor of the limbo between hope and despair experienced by those who have lost a loved one and do not know what has happened to them. The structure was entirely built using random pieces of house furniture: doors, windows, wooden boards. Such choice of materials contributed to bringing the viewers closer to the subject of the installation itself: what they saw were objects of the everyday life of people just like them; nothing abstract or conceptual about it.

Here and there, across the maze, small loudspeakers played the recordings of statements by family members of the missing: they told when they had last seen or heard from their loved one, and what it meant to spend one’s life waiting for a sign, a trace, a hint of hope.

Throughout the labyrinth there were occasional openings here and there: a window in a wall, a door handle to push. The liberating feeling generated by these elements, though, was only temporary: the window was too small for one to cross through it or too high for one to reach up to it. Similarly, the door was not a real door, but a piece of wood glued to the adjoining boards.

Going around the maze (as we obviously did) was disorienting, alienating and claustrophobic. It was like knowing where you were, yet not recognising your surroundings because they were different though they were the same. The point was, as the leaflet read, that while the viewer was able to find and exit, ‘the families of missing persons are trapped in a labyrinth which becomes part of their life, repeating every stage over and over again in search of information about the fate of missing relatives’.

We saw and visited the labyrinth on 2 September, and I genuinely took it for granted that the installation was meant to be a long-term project, if not a permanent one. As I recently found out, the labyrinth was only for a mere ten days, between 31 August and 10 September, so the fact that we came across it during our sightseeing in the city was exceptionally coincidental.

It was a little disappointing to discover that the maze had remained in place for such a short period of time. I wish it had remained longer, if not made to stay permanently, and always remind how terrible it is to disappear, and how equally excruciatingly painful it is to be around without the unaccounted for.

 


Nessuna notizia, ma non ci credo…Un labirinto della memoria nel cuore di Kiev

Nel cuore di Kiev, proprio fuori dalla cattedrale di Santa Sofia, ci siamo trovate davanti a un labirinto tutto fatto di porte scardinate, finestre e ante in legno. A prima vista la struttura poteva ricordare un gioco di strada un po’ buffo a misura di turista, tipo la classica attrazione del labirinto al luna park, con la differenza che quella di Kiev non aveva gli specchi, di solito immancabili in quel genere di gioco, in quanto complica ancora di più la ricerca di una via d’uscita.

L’installazione di Kiev, però, aveva poco o niente a che fare con i parchi divertimenti e molto in comune con la storia recente del paese.

Da quando è iniziato il conflitto armato nell’Ucraina orientale, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) è sempre stato attivo nel paese. Parte integrante della sua missione è registrare le segnalazioni di persone dichiarate scomparse dai propri cari. Membri del Comitato vanno a trovare le famiglie degli scomparsi, parlano con loro e ascoltano le loro storie, storie di vita, ricerca, dolore e tutto quel che ruota attorno a situazioni del genere.

L’installazione in piazza Sofiyska, dal titolo Nessuna notizia, ma non ci credo… (No News, But I Don’t Believe…), era il frutto di tale ‘attività quotidiana’ da parte del Comitato e consentiva di toccare con mano la dolorosa realtà di queste storie, spesso dimenticate o lasciate a margine rispetto agli episodi da prima pagina: i vuoti di memoria, la speranza indebolita dal silenzio, l’assoluta mancanza di certezze.

Il labirinto era una metafora assai potente del limbo fra speranza e disperazione vissuto da chi ha perso una persona cara senza sapere cosa le sia successo. La struttura era interamente realizzata utilizzando pezzi di mobili a caso: porte, finestre e ante in legno. La scelta dei materiali è servita ad avvicinare il visitatore all’oggetto dell’installazione stessa: questi vedeva oggetti che appartenevano anche alla sua vita quotidiana, senza derive astratte o concettuali sull’argomento.

Qua e là nel labirinto erano posizionati piccoli altoparlanti, che riproducevano dichiarazioni di familiari dei dispersi: amici e parenti raccontavano di quando li avevano visti o sentiti l’ultima volta e cosa voleva dire vivere ogni giorno nella logorante attesa di un segno, una traccia, una minima speranza.

Nella struttura del labirinto c’erano anche delle aperture: una finestra senza vetro, una porta con maniglia. Il senso di liberazione presagito da queste, però, era solo illusorio: la finestra era troppo piccola perché si potesse attraversare o si trovava troppo in alto perché ci si potesse arrivare. Così, anche la porta non era una vera porta, ma un asse di legno incollato a quelli adiacenti.

Attraversare il labirinto (cosa che, ovviamente, abbiamo fatto) è stato disorientante, alienante e claustrofobico. Era come sapere dov’eravamo senza però riconoscere lo spazio, che era diverso pur essendo a noi noto. Il fatto era che, come spiegato dalla brochure, mentre il visitatore riusciva a trovare l’uscita, ‘le famiglie degli scomparsi sono intrappolate in un labirinto che diventa parte integrante della loro vita quotidiana e che si ripete ogni giorno nella ricerca di informazioni sulla sorte dei parenti dispersi’.

Noi abbiamo girato il labirinto il 2 settembre e ho sinceramente dato per scontato che l’installazione fosse lì per restare, che fosse un progetto a lungo termine, se non addirittura permanente. Solo poco tempo fa ho scoperto che è invece rimasto esposto per soli dieci giorni, fra il 31 agosto e il 10 settembre, per cui il fatto di averlo visto e visitato mentre esploravamo il centro è stata solo una fortuita coincidenza.

Ci sono rimasta un po’ quando ho letto che il labirinto ha avuto vita così breve. Speravo sarebbe rimasto più a lungo o, ancora meglio, per sempre, perché potesse sempre ricordare a tutti quanto è terribile sparire nel nulla e quanto ugualmente devastante è vivere l’assenza di chi è scomparso.

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