Brno 2017 (10/n). Twilight

[Italian version below]

24 Feb 2017. 22 January was a lovely day. It was a Sunday and I had morning shift (my favourite), so I finished work at 3pm. Around 3.02 I logged out of my computer, placed my headphones in my locker, then I buttoned up my coat and rushed out of the building. My one and only goal till the end of the day was going for a run, and I wanted to make it happen asap. I ran up the stairs to the flat, waved Alina hello by the front door (she waved back, but later confessed she had no idea who she was waving at because she wasn’t wearing her contacts), and found Bobby ready for brunch after her ninth and last night shift in a row.

I remember relishing the surge of homey feeling I’d got upon arriving at the flat and seeing the familiar faces. When the feeling subsided, I rid myself of lingering work-related thoughts, slipped into my running clothes and ran straight toward Špilberk Hill. As I ran uphill off Úvoz, it was still daylight, but by the time I reached the hilltop, daylight was no more: it had suddenly switched into twilight mode. Yesss.

I’m always, invariably mesmerised by twilight, which is, alongside early morning, my favourite time of the day. It’s not dark yet, so the sky is tinged with fifty shades of blue, but it’s no longer daylight, because if it weren’t for street lamps you’d barely see a thing. I utterly and completely love being out and about at twilight. I don’t care where I’m heading, nor whether I have a place to go to or I’m purely wandering about: twilight has a truly unique feel to it, and there is always something special about it.

On 22 January I goofily ran to the top of the hill, which was an accomplishment in itself, seen the exceptional amount of snow that covered the beaten track. I repeatedly got lost, because I’m only just now growing familiar with the countless trails up there, but seriously, right there and then I had no clue where I was going and I loved it. And I was barely looking ahead anyway, because my eyes were glued to the sky and the bare trees, which looked even blacker and sharper than usual against the twilight background.

I ended up running back downhill toward Úvoz, which was cool, as I had ran all the way from there. In fact, I can’t still quite explain how I managed to pick the right trail downhill. I came across an Orthodox church along the way, and for a few minutes it felt a bit like being in back in Russia. When I reached the junction with Úvoz, I ran straight across the street, confident that I was heading toward Náměstí Miru (Peace Square) and Kraví hora (Kraví hill), i.e. familiar places, you know. Realisation dawned when I suddenly and unexpectedly found myself in the middle of a large square dominated by a tall, concrete monument surrounded by colour-changing lights. Where the hell am I.

But it was cool. It was chilly but not unbearably cold, twilight was almost gone, and the lights against the monument looked as bright as the air was sharp and clear. And there was barely a single living soul around, which made it even calmer and more silent than it already was. As I understood when I ran back to the Úvoz junction, I had actually gone up the road that ran parallel to the one leading to Náměstí Miru, so I’d ended up in Vaňkovo náměstí instead. It still didn’t matter, though: even though technically I’d got it super and completely wrong, it somehow felt like a good time to pick the wrong way and be content to follow it.

By the time I got back to Mendlovo it was officially evening, the hills surrounding Brno were all lit up in the distance, and the air was getting chillier by the minute. After I got home and showered, nothing extraordinary happened, only instant coffee and bread slices with jam and/or chocolate cream. But Bobby and Alina were still around, and I relished the homey feeling again. Which goes to show that there’s always something special about twilight.

 


 

Brno 2017 (10/n). Crepuscolo

24 feb 2017. Il 22 gennaio è stata una giornata super bella. Era una domenica e avevo il turno del mattino (il mio preferito), quindi finivo di lavorare alle tre del pomeriggio. Più o meno alle 15.02 ho spento il computer, messo via le cuffie, messo il cappotto e sono uscita a passo spedito dall’edificio. Il mio unico e solo obiettivo di lì alla fine della giornata era andare a correre e volevo che succedesse il prima possibile. Ho fatto (di corsa) le scale fino alla porta di casa, ho salutato Alina che era lì fuori (e che ha ricambiato il saluto, salvo poi confessare che non aveva la più vaga idea di chi stesse salu-tando perché non aveva su le lenti) e ho trovato Bobby che si preparava un pranzo/brunch dopo il suo nono e ultimo turno di notte consecutivo.

Ricordo di essermi crogiolata nella sensazione di ‘casa’ che avevo provato nell’arrivare e nel trovarle entrambe a casa. Poi ho rimosso accuratamente qualsiasi traccia di pensiero del lavoro, mi sono messa i vestiti da corsa e sono andata dritta dritta verso la collina dello Špilberk. Mentre facevo la salita di Úvoz, c’era ancora chiaro, ma tempo che arrivassi in cima alla collina, già non lo era più: si era accesa la modalità crepuscolo. Beeellooo.

Rimango sempre estasiata davanti al crepuscolo, che, insieme alla mattina presto, è il mio momento della giornata preferito. Non c’è ancora buio, quindi il cielo si colora di cinquanta sfumature di blu, ma non c’è più chiaro, perché se non fosse per i lampioni non ci si vedrebbe nulla. Amo essere all’aperto quando arriva il crepuscolo. Non mi interessa se sto andando da qualche parte o se sto gi-rando senza meta: la luce del crepuscolo è unica e particolare e ha sempre qualcosa di speciale.

Il 22 gennaio sono arrivata goffamente fino in cima alla collina, che già di suo è stato un traguardo non da poco, vista la quantità di neve che copriva il sentiero battuto. Mi sono persa diverse volte, perché solo adesso sto cominciando a orientarmi fra i sentieri, ma veramente, là in quel momento non avevo la più pallida idea di dove stessi andando e la cosa mi piaceva parecchio. E comunque guardavo a malapena davanti, perché avevo gli occhi incollati al cielo e agli alberi spogli, che sembravano ancora più neri e nitidi del solito ‘appoggiati’ sullo sfondo del crepuscolo.

Alla fine mi sono ritrovata di nuovo giù a Úvoz, che era perfetto, visto che ero arrivata proprio da lì. Né riesco ancora del tutto a spiegarmi come io sia riuscita a prendere il sentiero giusto. Fra l’altro, mentre scendevo sono passata accanto a una chiesa ortodossa e, anche se solo per pochi minuti, mi sembrava di essere tornata in Russia. Arrivata all’incrocio con Úvoz, ho attraversato la strada, sicura che stessi andando verso Náměstí Miru (Piazza della Pace) e Kraví hora (collina Kraví), ovvero posti noti e familiari. Peccato che mi sia invece ritrovata in mezzo a una grande piazza con un monumento in cemento illuminato da luci che cambiavano colore. Dove sono finita.

Ma era veramente bello. Faceva freddo ma non si congelava, del crepuscolo restava ormai poco o niente e le luci del monumento sembravano tanto luminose quanto l’aria era frizzante e limpida. E non c’era in giro praticamente nessuno, per cui sembrava che tutto fosse ancora più tranquillo e ovattato di quanto già fosse davvero. Quando poi sono tornata all’incrocio con Úvoz, ho capito di aver preso la strada parallela a quella di Náměstí Miru, per cui ero finita in Vaňkovo náměstí (piazza Vaňkovo). Non che mi cambiasse qualcosa: anche se tecnicamente avevo completamente sbagliato strada, in qualche modo mi sembrava fosse un buon momento per fregarmene e continuare a seguirla.

Quando sono tornata in Mendlovo era ufficialmente sera, le colline intorno a Brno erano tutte illuminate e l’aria diventava ogni minuto più fredda. Dopo che sono rientrata a casa, non è successo niente di straordinario di per sé, se non caffè istantaneo e fette di pane con marmellata e/o crema al cioccolato. Ma Bobby e Alina erano ancora lì e io mi sono crogiolata di nuovo nella sensazione di casa. Il che dimostra che ho ragione a dire che il crepuscolo ha sempre qualcosa di speciale.

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