Norway 2016 (5/9). Munkholmen Island and the Nidelva way

[Italian version below]

I had initially planned the ferry trip to Munkholmen Island on another day, while on the first day I’d focus on the city centre instead. Except, when I arrived at Ravnkloa, the fish market square, I happened to notice that shuttle boats to Munkholmen departed from there, and one was leaving for the island in a few minutes. Coincidence? I think not.

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The island is located 2km off the coast, so the boat journey only lasts ten minutes. You have to wait for another fifty minutes, though, before the next boat arrives, drops passengers off and takes you back to Trondheim.

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Munkholmen (literally ‘Monks’ Island’) was originally used as execution ground. In the Middle Ages the Benedictine monks built a monastery on the island (hence the name ‘Munkholmen’). Over the centuries, the structure was turned into a prison, a fort (see walls along the perimeter of the island) and a custom house.

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The island is very small, round in shape but for a thin strip of sandy land to the back, disappearing into the water. It looked so mysterious from afar.

On a sunny summer day, tourists and locals would probably fill boats to the brim, then head straight to the sandy strip of land, and bask in the sun. The weather, though, was too crappy and cold when I visited, so there weren’t that many people on the boat with me.

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As I got off the boat, I made friends with a lonesome duck, went for a walk around the island, and took photos of its magnificent spots: the silver sea mingling with the grey sky, the thin strip of sandy land, and the round, thick-walled fort standing low in the middle of the green. It took me about fifteen minutes, but the boat wouldn’t be back for another thirty-five.

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There was a tiny cafe, but I didn’t feel like going inside. I went back to the boat stop instead. I’d noticed you could access a small strip of gravel from there, sort of like a beach. I picked my spot on the rocks, and stared at the landscape. It was hypnotic, and I sat there until the boat returned. It was raining, and I could only hear the wind blowing hard and low waves crashing on the shore.

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There was no one around, only a few funny birds searching through the gravel with their long, pointed beaks. Too soon did the siren announce the arrival of the boat that would take me back to Trondheim.

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Upon returning from Munkholmen, I realised I still had a few hours before going back to the hostel. I checked the map, and noticed a long and winding path that ran parallel to the river. I had to go have a look.

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After walking by the Nidelva for two hours solid, I could tell even more confidently that before: Trondheim, you really got me. I mean, a footpath like this in the heart of town? What else do you need? The path is a sequence of quiet spots, green areas, bridges appearing out of nowhere, and seagulls.

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I saw a one-legged seagull standing in the meadow, at some point, so I thought I’d feed him. When I fumbled in my rucksack to get some stale bread from the day before, I realised a few dozens seagulls and crow were in fact standing around me, patiently waiting for their dinner.

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I thought I’d just drop the crumbs and silently leave their spot to them. It was raining rather hard by then, and I’d been soppy wet for a while, so it was time I’d crossed the bridge and made my way back to the hostel.

After seeing so many beautiful things and places in one day, what could I say if not: oh Trondheim.

 


 

Norvegia 2016 (5/9). L’isola di Munkholmen e il corso del Nidelva

All’inizio avevo meditato di andare a Munkholmen un altro giorno, perché il primo giorno volevo rimanere in centro. Solo che, quando sono arrivata a Ravnkloa, la piazza del mercato del pesce, ho visto per puro caso che le barche per Munkholmen partivano da lì e una partiva per l’isola proprio di lì a qualche minuto. Coincidenza? Non credo.

L’isola si trova circa 2 km al largo della costa, quindi il viaggio in barca dura giusto una decina di minuti. Poi bisogna aspettarne (almeno) altri cinquanta, prima che arrivi la barca successiva, che a sua volta fa scendere i passeggeri e poi riporta a Trondheim chi ci sale.

Munkholmen (letteralmente ‘Isola dei Monaci’) era in origine usata come luogo di esecuzioni capitali, finché nel Medio Evo non sono arrivati i monaci benedettini, che ci hanno costruito un monastero (da cui il nome ‘Munkholmen’). Nel corso dei secoli, la struttura è poi diventata prigione, forte (come dimostrano le mura lungo il perimetro dell’isola) e dogana.

L’isola è molto piccola, di forma più o meno circolare, se non fosse per una sottile striscia di sabbia che sparisce nell’acqua al largo di un lato della costa. Sembra così misteriosa da lontano.

In una giornata estiva di sole turisti e gente del posto riempirebbero probabilmente la barca fino all’orlo e poi andrebbero tutti verso la striscia di sabbia a prendere il sole. Il tempo, però, era proprio brutto e faceva pure freddo, quindi la barca non era piena.

Appena scesa sull’isola, ho fatto amicizia con una papera solitaria e ho fatto un giro intorno all’isola, fotografandone i punti più suggestivi: il mare argentato che si fonde con il cielo, pure grigio; la striscia di sabbia e il forte, tondo e massiccio, in mezzo all’isola. Ci ho messo circa un quarto d’ora a fare tutto, ma la barca sarebbe arrivata solo dopo circa trentacinque minuti.

C’era anche un piccolo bar, ma non mi andava di stare al chiuso, così sono tornata al punto di attracco della barca. Avevo visto che da lì si poteva accedere a una striscia di ghiaia mista a sabbia, tipo una spiaggia. Ho un posto sulle rocce e, da lì, mi sono messa a guardare il paesaggio. Era ipnotico e ho finito per restare lì finché non è tornata la barca. Pioveva, il vento soffiava forte e le onde, basse, si frangevano appena sulla riva.

Non c’era nessuno lì intorno, solo degli uccelli buffi che frugavano nella ghiaia con i loro becchi arancioni allungati. La sirena che annunciava l’arrivo della nave per Trondheim ha suonato decisamente troppo presto.

Tornata da Munkholmen, mi sono accorta che potevo stare in giro ancora qualche ora prima di tornare in ostello. Ho guardato la mappa e ho notato che c’era un sentiero lungo e un po’ tortuoso che costeggiava il corso del fiume. Dovevo dare un’occhiata.

Dopo aver camminato lungo il Nidelva due ore di fila, posso dire con ulteriore certezza: Trondheim, mi hai veramente conquistata. Cioè, un percorso del genere nel cuore della città? Cos’altro serve? Il sentiero è tutta una sequenza di angoli tranquilli, spazi verdi, ponti che appaiono dal nulla e gabbiani.

A un certo punto ho visto lì nel prato un gabbiano con una zampa sola, così ho pensato di dargli qualcosa. Ho frugato nello zaino per recuperare del pane raffermo del giorno prima, quando mi sono accorta che già ero circondata da qualche decina di gabbiani e cornacchie, che aspettavano pazientemente che li nutrissi.

Ho pensato di lasciar cadere le briciole e togliere il disturbo senza dare nell’occhio. In quel momento, fra l’altro, pioveva anche parecchio e io ero zuppa già da un po’: mi son detta che era ora di attraversare il ponte lì vicino e tornare in ostello.

Dopo aver visto così tante cose e posti belli in un giorno solo, cos’altro potrei dire se non: oh Trondheim.

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